LA DOLOROSA EVOLUZIONE DELL’UOMO

Parlando dell’essere umano c’è una domanda che può tornare utile come principio di un’indagine più profonda: “Perché ci serve?”.

Visto l’argomento, credo che il quesito sia particolarmente utile nel cercare di capire come mai gli esseri umani non siano stati risparmiati dal pesante tormento del dolore, tale da essere annoverato forse come l’esperienza maggiormente condizionante la vita di noi terrestri.

“Perché è necessaria l’esperienza dolorosa, soprattutto dove vuole condurci?”.

Partirei iniziando con un’analisi evoluzionistica, scomodando due grandi scienziati, Darwin e Lamarck che, studiando l’evoluzione delle specie animali, conclusero entrambi, pur con teorie diverse, che un evento sicuramente doloroso (assenza di cibo, presenza di predatori, debolezza della specie, cambiamenti climatici e deperimento del territorio) fosse stato l’innesco di un cambiamento e quindi l’evoluzione della specie stessa.

Questa legge naturale vigente sulla terra, non risparmia nessuno degli esseri che la abitano, così l’uomo, come le altre specie, si vede costretto ad esperire l’esperienza del dolore come trampolino per un salto evolutivo. Questa considerazione non porta però a grosse conclusioni se non al fatto di accettare ob collo torto le leggi di questo pianeta.

L’uomo però è molto di più di un’antenna che si sincronizza con la natura che lo circonda, è un organismo pensante, capace di elaborare, comprendere e superare ostacoli; allora perché nel tempo, e nell’evoluzione secolare dell’uomo il dolore non si è attenuato, ma continua a persistere come pungolo per farci andare sempre un pochino oltre?.

Perché esiste un sistema, chiamato adattamento, che ci ha permesso di essere non solo la specie più evoluta sul pianeta, ma anche la specie più adattabile. L’uomo è ovunque, abbiamo colonizzato ogni ambiente, dai ghiacciai ai deserti, viviamo ad alta quota con l’ossigeno rarefatto, come sul mare, possiamo cibarci e sopravvivere con pochissimo, resistendo a guerre e carestie.

Sappiamo adattarci; ma se da un lato quest’afflato vitale può apparire come una forma di grazia ricevuta per la sopravvivenza e la perpetuazione della nostra specie, dall’altro dovremmo aver ormai imparato a gestire il peso di un contraltare di tale portata, riconoscendo quanto l’adattamento possa diventare una stagnante melma in cui finire la propria vita.

Uscire dalla propria zona di comfort, quante volte abbiamo sentito dire questa frase, ma cosa vuol dire realmente ?.

Significa riuscire ogni giorno a essere qualcosa di diverso dal giorno precedente, osservare le proprie forme di pensiero più vecchie e statiche ed aggiornarle, significa rielaborare i fatti della propria vita in base a quello che si è diventati e non a quello che è stato o che si è vissuto, uscire dall’area di comfort richiede un continuo aggiornamento rispetto ai files della propria vita.

Pensate che sia semplice?. Assolutamente no, e questo è il motivo per cui nell’area di comfort vivono la maggior parte delle persone, in una dimensione di adattamento alla loro stessa vita, al passato e a quello che gli è successo.

Ecco entrare in scena il dolore, sotto forma di un’esperienza disturbante, spesso traumatica, ma in fondo se compresa sempre salvifica, antidoto all’adattamento e propulsore di cambiamento.

Nessuno vuole sentire male: il dolore riaccende il motore che rimette in moto la spinta di un’evoluzione, che potrà essere mentale, fisica, emozionale, o spirituale capace di far spostare chiunque dalla condizione dolorosa che si è generata, purché finisca il tormento.

Non si sfugge al dolore, il dolore si vive ma per comprenderne appieno la sua ineluttabile importanza  bisogna affrontarlo con una consapevolezza superiore: quando l’uomo riuscirà a superare le personali sofferenze che spesso lo tengono bloccato nel ciclo di una vita, allora il dolore non avrà più senso di esistere perché l’uomo stesso avrà capito a cosa serve e magicamente, ogni singola e individuale battaglia di cambiamento vissuta personalmente, sarà valsa alla realizzazione di un progetto più grande, un’evoluzione della quale forse noi non saremmo più reali spettatori, ma gli artefici, gli architetti della trasformazione ad un passaggio superiore del genere umano, creando quella stirpe di Superuomo secondo Nietzsche dove i forti istinti emozionali non detteranno più le scelte dell’uomo che elevatosi così dalla pesante materia vivrà un quotidiano divino.

Quando impareremo a trasformare l’impronta che lascia ogni esperienza dolorosa dentro il nostro corpo, allora il dolore stesso cesserà di essere la condizione necessaria per l’evoluzione dell’uomo. A questo dobbiamo aspirare in ogni singola battaglia di miglioramento personale, ad essere quell’ingranaggio che aiuterà il genere umano ad evolvere. E come tutti gli organismi socialmente organizzati, quando un numero sufficiente di persone avrà messo realmente in pratica tale processo attivando un nuovo livello di coscienza, allora si creerà quel passaggio di stato che aprirà una nuova dimensione di vita per l’essere umano, a quel punto libero dai gioghi dolorosi finora conosciuti.

 

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